Il rugby e il valore sociale dello sport

Articolo ospite di Luca Cilloni

Pochi giorni fa, durante la diretta del Presidente del Consiglio in cui illustrava i contenuti del DPCM riguardante la “FASE 2” è stata data la possibilità a qualche giornalista di fare delle domande. Tra le prime tre domande dei giornalisti una riguardava la riapertura del campionato di calcio.

Io non so come abbia fatto il presidente a rispondere in modo così pacato. In un momento in cui milioni e milioni di italiani e di italiane si troveranno in difficoltà drammatiche dal punto di vista sociale, economico, sanitario e psicologico questa domanda risulta sia inadeguata che piccola, piccola nel senso e nella visione. Viviamo un tempo in cui milioni di persone non sapranno cosa e come mangiare, un momento in cui la gente muore senza poter salutare i propri cari, in cui è sospesa, giustamente, la libertà di movimento e il diritto allo studio.

Stiamo vivendo un momento storico che ridisegnerà il panorama del pensiero umano.

Stiamo affrontando un’emergenza potenzialmente devastante per l’umanità, e il nostro governo e ogni singolo cittadino ha il dovere di adoperarsi per limitare al massimo i danni, per poter curare e pensare il futuro.

Ebbene, per me è triste che tra le prime tre domande ci sia la riapertura del campionato di calcio. Per quanto sia appassionato ci sono priorità che è bene riconoscere, e in questo momento il calcio non è una priorità. Allo stesso modo ho trovato scandaloso che, come riportato dal Corriere della Sera, durante il primo mese di emergenza, quando i tamponi scarseggiavano, siano stati fatti immediatamente svariati tamponi a tutti gli staff di Serie A mentre molti operatori sanitari sintomatici nei reparti COVID nello stesso periodo non avevano la possibilità di farli. Per quanto il calcio sia un settore importante dell’economia italiana in questo tempo ci è chiesto di capire cosa è importante e cosa è fondamentale.

Questi due episodi mi hanno intristito. Allo stesso modo ci sono gesti e racconti che fanno respirare, che danno vita e aria a sogni e speranze. Da due settimana a questa parte 8 giocatori della Valorugby, squadra di Serie A di Reggio Emilia, si sono resi volontari per supportare la mensa Caritas Reggiana. Al posto di caschetto e paradenti si sono armati di guanti, mascherine e grembiuli e assieme ai tanti volontari della Caritas si adoperano per preparare 400 pasti caldi ogni giorno.

In modo silenzioso, senza lamentarsi per lo stop al campionato ora annullato, senza proclami o sventolamenti di bandiere questi giocatori si sono rimboccati le maniche e sono diventati volontari, come bravi cittadini di questo mondo.

Quello che ci aspetta è un tempo di crisi e ricostruzione, non solo in ambito economico, anzi, è l’occasione per realizzare un nuovo umanesimo: d’altronde, come nota Gabriele Pedullà sull’Espresso, l’illuminismo nacque anche dalle macerie del terremoto di Lisbona . Lo sport in questo giocherà un ruolo non solo importante, ma fondamentale. L’influenza e la risonanza mediatica dello sport deve essere cassa di risonanza per costruire questo nuovo umanesimo. Le società sportive svolgono un ruolo duplice in questo senso: sono una delle principali agenzie educative e formative del paese, di cui fanno parte decine di migliaia di bambini e bambine, ragazzi e ragazze; e, al tempo stesso, le società sportive professionistiche e gli sportivi hanno un’enorme esposizione mediatica, dalla quale derivano responsabilità etiche. Lo sport, e il nostro calcio in particolare, deve riscoprire valori e deve trasmetterli. La testimonianza di questi rugbisti è cristallina.

Se la competitività affossa i valori, se lo sport è in funzione dell’economia e non l’economia in funzione dello sport, allora è ora di ripensare lo sport, dalle scuole calcio di paese alle grandi competizioni internazionali. Cogliamo questo momento di crisi come occasione per generare qualcosa di nuovo e di positivo. Magari prendendo esempio dal rugby.


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