Come copiare agli esami e vivere felici

Era il lontano 2009 quando il governo Danese creava un progetto pilota riguardante l’uso di internet durante gli esami: 14 scuole furono chiamate a farne parte, permettendo agli studenti di accedere a qualsiasi informazione ritenessero utile al fine di superare le verifiche. Il ministro dell’istruzione avrebbe poi allargato l’iniziativa a tutte le scuole del paese, dicendosi convinto che questa pratica sarebbe presto stata adottata in tutta Europa. Quasi dieci anni sono passati e sappiamo che Mr. Haarder aveva torto. O forse no? Università e scuole superiori hanno seguito percorsi diversi, così come differenze sostanziali possono essere trovate tra Italia ed altri paesi dell’Unione.

Successivamente, fece particolare scalpore Mark Dawe, nel 2015, dichiarando che “gli studenti hanno bisogno di capire i risultati che si trovano davanti, piuttosto che memorizzare informazioni, perché non è così che il mondo odierno funziona”. Ciò che chiedeva erano esami più focalizzati sull’analisi dei risultati, anzichè sui risultati stessi; questo apriva all’utilizzo di ricerche Google durante le prove. Per quanto questo signore possa essere sconosciuto ai più, è una delle più importanti figure al mondo in tema di esami, al tempo direttore dell’ OCR (Oxford, Cambridge and RSA Examinations) organizzazione revisionatrice e produttrice di test, esami e qualificazioni in oltre 160 paesi.

Il tema è sicuramente delicato, visti anche i recenti dibattiti sull’utilizzo della tecnologia e degli smartphone nelle scuole e forse dovremmo smettere di affrontare la questione come si trattasse di un out – out. La somministrazione di esami “open book”, così come spesso si è visto fare in Università estere, che permettono l’utilizzo di internet o l’accesso a libri, deve dipendere non solo dalla tipologia di esame ma soprattutto dalle finalità dello stesso. Conseguentemente, il punto focale non diventa il consentire o meno l’accesso alle informazioni durante gli esami, aspetto di fatto flessibile, ma piuttosto il decidere cos’è che vogliamo testare alla fine di un corso. Indubbiamente l’apprendimento di un determinato tipo di nozioni dovrà sottostare la necessità che queste diventino velocemente fruibili e profondamente assimilate dall’individuo, e questo potrebbe richiedere la loro memorizzazione ed un esame ad hoc. Ciò non toglie che ci possano essere argomenti che necessitino di un tipo diverso di verifica, come ad esempio la capacità di analisi o di ricerca delle informazioni, al fine di comprenderle ed interrelarle in modo che abbiano senso.

Questo duplice scopo non renderebbe forse i corsi più pratici e motivanti?

D’altronde, se anche fosse l’obiettivo di un esame il testare la “conoscenza”, chi ha mai detto che questa si esaurisca nella “rigurgitazione” di fatti? Chi può permettersi di affermare che si tratti di mero apprendimento mnemonico? Si pensi all’etimologia di intelligenza, inter-legere, ovvero la capacità di leggere “tra le righe”, scoprendo relazioni ed inter-dipendenze che aiutino a comprendere la realtà in maniera più esauriente e profonda. Similarmente, la conoscenza è la consapevolezza del possesso di informazioni che, connesse ed interrelate tra loro, aumentano il proprio valore. E’ un processo iniziato con un input e concluso con un output di livello superiore, e come ogni processo richiede attività, intellettuale nel caso specifico. Aristotele direbbe a riguardo che ciò che viene passivamente ricevuto non è che mera impressione; perché si giunga a conoscenza serve un ruolo attivo da parte dell’ ”intelletto”, perchè si colga l’essenza delle cose. Non sarebbe forse questo il vero raggiungimento della conoscenza, quel qualcosa che superi la competenza, poiché, nella sua completezza, la ingloba?

Immagine di copertina : Ophelia, John Everett Millais, 1852

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