Un mestiere per geni

Se c’è una materia che, incurante delle naturali modifiche ed evoluzioni dei programmi scolastici e universitari nel corso dei decenni, nonchè degli strumenti didattici, continua imperterrita a seminare terrore tra gli studenti italiani (e non solo), è certamente la matematica. Che sia la prova INVALSI alle scuole medie, la verifica di geometria al biennio di scuola superiore, la seconda prova all’esame di stato o il primo scritto di Analisi I a Ingegneria la sostanza non cambia: la matematica è difficile, o quanto meno causa difficoltà. Ad esempio, i dati del ministero rivelano che nell’anno scolastico 2015/2016, gli studenti del primo anno di scuola superiore con giudizio sospeso in matematica furono il 16% nei licei e il 25% circa nei tecnici e professionali, a fronte di percentuali dimezzate per italiano e molto attenuate per le lingue straniere. I dati  mostrano però solo la faccia meno interessante del problema: il punto non è cercare stabilire se sia oggettivamente più complesso imparare a districarsi nella discussione di equazioni letterali, o riassumere un testo in maniera puntuale ed efficace; quanto interrogarsi su come la realtà venga percepita, e soprattutto giustificata.

Troppo spesso capita di vedere giovani studenti/studentesse alzare bandiera bianca e dichiararsi inadatti o incapaci di imparare la matematica, o ancora peggio di vedere gli studenti eccellenti in matematica incoronati “geni” dai primi. In effetti, ci può essere addirittura qualcosa di confortante e rassicurante nel convincersi che la possibilità di raggiungere un certo traguardo, per giunta con la minima fatica, sia riservata a una cerchia ristretta di persone non di questo mondo, della quale con ogni probabilità non fa parte – o non vuole far parte – chi fa questo ragionamento. Ne risulta una sorta di stratificazione quasi sempre immaginaria delle competenze innate, tanto più pericolosa quanto più è bassa la fascia scolastica in cui ha luogo, che vede in alto gli illuminati da una fiamma interiore, in mezzo quelli che se la cavano e in fondo quelli che non potranno mai capire, neanche a fronte di ore passate con un insegnante privato; il tutto in presenza di un ascensore sociale decisamente bloccato.

Dal mio punto di vista sono almeno due le questioni cruciali. La prima, almeno per quanto riguarda il sistema scolastico, è il fatto che la matematica sia troppo poco attraente per far nascere il desiderio di guardarci un po’ più dentro, regalata in un’accozzaglia di formalismo (pur sempre necessario) senza significato: qui giace la grande sfida degli insegnanti, nel mostrare che ci sia in realtà tanto di affascinante, creativo, applicabile, visualizzabile; e perché no anche raccontare come la sua storia si sia intrecciata e si intrecci con altre discipline. La seconda questione è apparentemente più sottile, ma di portata ben più ampia: non si può pensare di riuscire in qualcosa di difficile senza mettere in campo una buona dose di duro lavoro, tempo e pazienza. In questo senso un’ora di tempo passata a sbattere la testa su un esercizio piò diventare preziosissima. Parafrasando un illustre matematico (J. Von Neumann) secondo il quale “In matematica non si capiscono le cose. Semplicemente ci si abitua ad esse.”, se per scrivere una nuova pagina del grande manuale di istruzioni che è la matematica forse serve un’intuizione geniale, per abituarsi a quelle che ci sono bisogna “solo” aver voglia di leggere.

 

Fonti: MIUR – Ufficio Statistica e Studi, “Esiti degli scrutini del secondo ciclo di istruzione, A.S 2015/2016”, maggio 2017

Per approfondire il tema, soprattutto in ambito universitario: https://terrytao.wordpress.com/career-advice/does-one-have-to-be-a-genius-to-do-maths/

Immagine di copertina: Russell Crowe nei panni di John Nash, fotogramma da “A beautiful mind”.

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