Tutti bocciati

Bocciati bocciatura scuola

In un polo di istituti professionali di Livorno, su due classi – per un totale di ventiquattro studenti – nessuno è stato promosso. Undici bocciati, tredici rimandati a settembre. In una terza classe dello stesso complesso, altri dieci bocciati, sei rimandati e un (eroico) promosso. Uno su quarantuno. Non ci è permesso in queste poche battute discutere del significato pedagogico della bocciatura. Possiamo invece leggere alcuni numeri emergenti dal Rapporto di Autovalutazione (2017) dell’istituto professionale: ad essere promosso alla classe successiva è in media meno del 50% degli studenti e il tasso di abbandono scolastico è del 12,7%. Tuttavia, quasi il 30% degli studenti del complesso (che include anche un istituto tecnico) decide di iscriversi all’università dopo il diploma, con risultati drammatici: la percentuale di questi che ottiene almeno la metà dei CFU previsti al primo anno varia dallo 0% per chi ha scelto corsi scientifici al 25% per gli umanistici. In sostanza, ci sentiamo di riconoscere la ragione degli insegnanti, che dicono di aver promosso solo uno studente su quarantuno perché gli altri in effetti non lo meritavano. A leggere i dati della scuola, sembra plausibile.

Già Paola Mastrocola (2011) enfatizza che, da insegnante di Liceo, vede che la stragrande maggioranza degli studenti non sono in grado di studiare, non hanno voglia di farlo e presentano lacune formali (i.e. logiche, strutturali) assolutamente incolmabili una volta arrivati alle superiori – e questi sarebbero quelli bravi! Assumiamo che abbia ragione: ma se non riesco a convincere gli studenti liceali che studiare ha un senso, che speranza posso avere con chi già in partenza non ne sentiva la vocazione? Come posso pensare di ricevere l’attenzione, o anche solo di tenere in classe, uno studente che si è iscritto in una scuola appunto professionale per sperare in una prospettiva lavorativa e che vede, nei settori a basso valore aggiunto: precariato imperante, delocalizzazione, estenuanti battaglie sindacali, automazione crescente. E uno, a fronte di questo, entra in classe e si vede spiegate le disequazioni, il metodo della partita doppia e magari un po’ di Dante. Poi, nello stesso rapporto si legge anche che l’istituto organizza zero corsi di recupero, zero supporto pomeridiano e non ha indicato nessun professore come tutor per gli studenti. Non è difficile immaginare che il motivo sia economico.

Ma questa è una responsabilità politica, di tutta la politica, che dovrebbe perdere il sonno con il problema del professionale di Livorno, dei suoi studenti sconsolati e dei suoi professori abbandonati, e come loro altre migliaia in tutta Italia. Nel risultato dello scrutinio di quelle tre classi, la metafora perfetta di un intero settore (l’istruzione non di eccellenza) che si percepisce e si valuta senza futuro. Non ci pare tuttavia che l’allegoria sia stata colta dalla politica, tra un annuncio elettorale e l’altro, né dai media, che anzi hanno finalmente trovato ‹‹la scuola più severa d’Italia›› (HuffPost, Il Mattino, Repubblica). Non si responsabilizzi, sia chiaro, solo la politica di oggi, che non pare avere il tema dell’istruzione tra le sue priorità, ma anche quella di ieri, la cui assenza di una pianificazione organica ha permesso che questo accadesse. Appunto, tutti bocciati.

 

Fonti:

Rapporto di Autovalutazione Buontalenti-Cappellini-Orlando (2017). [Disponibile a: http://cercalatuascuola.istruzione.it/cercalatuascuola/istituti/LIIS00900C/buontalenticappelliniorlando/valutazione/]

Mastrocola, P. (2011). Togliamo il disturbo: saggio sulla libertà di non studiare. U. Guanda.

Immagine di copertina: fotogramma da The Wall (film) dei Pink Floyd (1982).

Immagine tratta da Google Immagini

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