Studiare non serve a niente

I laureati italiani che trovano lavoro a 3 anni dalla laurea sono il 58% del totale. In Europa, dove la media è sopra all’82%, peggio di noi solo la Grecia. Gli altri paesi dell’Europa Ovest sono intorno al 90%.

Qualche settimana fa mi trovavo in un liceo (il mio liceo) a presentare una giornata di orientamento universitario, e su una cosa ho insistito: serve avere un motivo ulteriore alla scelta universitaria al di là degli obiettivi professionali. Serve che lo studio abbia un senso ulteriore a quello di ottenere un titolo che favorisca l’ingresso nel mondo del lavoro. Non tanto perchè si debba essere necessariamente idealisti e convinti a priori che studiare sia importante in se’, quanto piuttosto perchè se il senso di iscriversi all’università si esaurisce nelle prospettive occupazionali che l’università offre allora, signori miei, abbiamo un problema. O se non altro, abbiamo – anzi, dovremmo avere – una consapevolezza: nel momento in cui lo studente italiano medio si impegna a studiare tre o cinque anni all’università, la probabilità che egli abbia un lavoro dopo ben sei anni sono inferiori al 60%. Certo, ci sono differenze tra nord e sud e certo, ci sono differenze tra discipline diverse. Ma poi non ci si scandalizzi se siamo tra gli ultimi paesi in Europa per numero di laureati. Questa situazione drammatica apre in realtà uno scenario interessante, quasi stimolante per i giovani italiani: ovvero, riscoprire un senso di vocazione per lo studio, perchè studiare è importante a prescindere dal resto.

Detto questo, la situazione descritta dall’Eurostat per un paese del G8 è inconcepibile, e soprattutto è inconcepibile che tale situazione sia completamente esclusa dall’agenda politica attuale. Mi si dirà che la penso così perchè ognuno tira acqua al suo mulino, ma perdonatemi: se un paese non riparte dai suoi giovani più preparati, da cosa spera di ripartire?

– L’intervallo di Alessandro Storchi

 

Immagine di copertina: La zattera della medusa di Théodore Géricault (1818-1819).

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