Educare o istruire? Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra

Sono convinto che almeno una volta nella vita tutti noi ci saremo chiesti: che cosa significa educare? E, sopratutto, come si può educare qualcuno? Il tema dell’educazione è così importante e decisivo che un’intera disciplina sembra essersi interamente votata a questo ambito di ricerca, la pedagogia, il cui argomentare tuttavia non può procedere proficuamente ignorando il necessario contributo che le viene offerto da molti altri settori di ricerca, primi fra tutti la filosofia e l’antropologia.

Per capire che cosa significhi educare e come lo si possa fare è infatti prima necessario comprendere chi sia l’uomo. Risuona dunque prepotentemente alle nostre orecchie l’antico interrogativo del Salmo VIII: quid est homo?

Tra le molte soluzioni possibili, rispondo dicendo che l’uomo è un essere che ha fame e sete di conoscenza. L’uomo vuole conoscere, brama ardentemente di conoscere, non può proprio fare a meno di conoscere, questa sua tensione è tanto essenziale al suo essere quanto il nutrimento lo è per il vigore del corpo. Tutto questo lo sapevano bene i popoli antichi: si pensi a  Gn 3. Il peccato originale è stato causato proprio da quell’eccessiva fame che ha portato Adamo ed Eva a volersi nutrire del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Proprio a causa di questo ‘pasto’ decisivo, sul cui valore teologico non abbiamo però modo ora di soffermarci, i due perdono il proprio stato di beatitudine con la cacciata dall’Eden e l’assunzione della fragile e lapsa natura umana. L’uomo ha dunque un bisogno insaziabile di conoscere, qualsiasi siano le conseguenze che ne possano derivare, e anche di qualcuno capace di guidarlo in questo cammino.

Che cosa significa tuttavia conoscere?

Inde quippe animus pascitur, unde laetatur (Confessioni, XIII, 27, 42): quest’espressione incisiva e sintetica, oserei addirittura dire fulminea, appare nel tredicesimo libro delle Confessioni di Agostino, libro interamente dedicato all’interpretazione spirituale della creazione. Il vescovo di Ippona non ha dubbi: nutre la nostra mente soltanto ciò che veramente e sostanzialmente la rallegra. In fondo questo significa conoscere: saziare il nostro desiderio di sapere attraverso ‘pietanze’ delicate, raffinate e al contempo gustose, insomma attraverso ‘cibi’ che siano in grado di ‘rallegrare’ il nostro palato suscitando nuove domande, aprendo a nuovi dubbi e orizzonti, provocando ad una ricerca sempre più critica e attenta.

Giunti a questo punto, sebbene non abbiamo avuto modo di entrare nel dettaglio della questione, abbiamo raggiunto due conclusioni importanti – 1) l’uomo ha fame e sete di conoscenza e 2) conoscere significa nutrire la mente con tutto ciò che la rallegra – che ci possono aiutare a tornare alla domanda che ci siamo posti all’inizio per provare ad individuare una risposta. In che modo possiamo disporci all’attività della conoscenza, che è allegria della mente?

Educare è un atteggiamento completamente differente dall’istruire: l’educazione (dal lat. educare, intens. di educĕre «trarre fuori») è un’arte maieutica (ricordare Platone, Teeteto, 151d, dove Socrate afferma di non essere altro che un ostetrico d’anime) che mette al primo posto l’uomo, dal quale con l’aiuto del maestro occorre imparare a “trarre fuori” il sapere. L’istruzione (dal lat. instruĕre «costruire, insegnare, collocare a strati») mira invece all’accumulo di una serie di nozioni che l’uomo deve apprendere, divenendo così una sorta di grosso schedario in cui tutte le informazioni vengono memorizzate, catalogate e rigidamente isolate le une dalle altre.

Che cosa distingue dunque il modello dell’educazione da quello dell’istruzione? Il primo, mettendo al centro l’uomo, ha come scopo la trasmissione da parte di un maestro di un metodo, che, una volta appreso, possa consentire al discente di essere in grado in piena autonomia di approcciarsi ad ogni tipo di sapere; il secondo invece, mettendo al centro le informazioni da memorizzare, porta ad una ricezione passiva delle stesse tutt’altro che critica, favorendo il nozionismo e soprattutto lo specialismo disciplinare.

Ci accorgiamo allora che educare significa essere in grado di trasmettere a qualcuno, più che contenuti, un metodo di ricerca, ma questo implica la capacità di essere contagiosi. Il vero magister è quello che sa far appassionare gli alunni a ciò che insegna e che pertanto sa conferire loro la disposizione corretta mediante la quale approcciarsi al sapere. La conoscenza passa dunque in ultima analisi solo attraverso l’educazione e non l’istruzione. Solo così, ossia dopo essere stati contagiati dal metodo del maestro, è possibile per la nostra mente rallegrarsi, ovvero ‘divertirsi’ con il metodo appreso ad esplorare le infinite regioni della conoscenza, dando vita ad un sapere critico ed interdisciplinare.

In fondo conoscere, notava Tommaso d’Aquino, è un po’ come giocare: Operationes ludi non ordinantur ad aliud sed propter se quaeruntur¹, infatti la contemplazione pura e disinteressata ha che come scopo se stessa senza rispondere ad alcun bisogno impellente dovuto ad esigenze vitali, esattamente come il gioco non ha altro fine che il compimento pieno di sé con la speranza di arrecare quel sollievo psichico necessario al ritmo biologico. Per potere avere accesso a questo gioco è però necessaria la conoscenza delle regole, ossia del metodo, attraverso cui la mente possa rallegrarsi nello sbizzarrirsi ad applicarle di volta in volta alle singole contingenze, così da soddisfare quell’intimo anelito dell’uomo al divertimento.

Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra: educare significa allora contagiare qualcuno con il proprio metodo fino a renderlo padrone dello stesso e capace quindi di partecipare attivamente e criticamente al divino gioco della conoscenza.

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¹ “Gli atti del gioco sono ricercati per se stessi, e non ordinati ad altro” (In librum Boetii de hebdomadibus expositio, Prol.; vedi anche S.Th. II-II, 168, 2 co.).

Immagine di copertina: Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt (1632)

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