La politica degli hashtag

La politica degli hashtag

Twitter è stato (e pare stia tornando ad essere) un grande successo perché ha colto perfettamente la modalità attraverso la quale a noi barbari (Baricco, 2010) piace rapportarci alle cose di dominio pubblico: con opinioni perentorie, brevissime, monotematiche. Ovvero, seguendo gli hashtag. Un esempio: domenica circa due milioni di persone hanno twittato sull’hashtag #WorldCupFinal, e circa duecentomila su vari hashtag a tema Wimbledon. È probabile che, per dire, mercoledì non ci twitti più nessuno, e al centro del dibattito ci sarà invece l’ultima dichiarazione di un presidente, qualche ora dopo l’esclusione di un beniamino delle folle da un reality di dubbio gusto, poi la presentazione del nuovo smartphone e così via. Con una immagine un po’ ingenerosa, possiamo immaginarci come lo sciame di moscerini che si avventa sul frutto, lo spolpa e passa al successivo.

Ma già prima che ci fosse Twitter, e ancora adesso, nello stesso modo ragionano i media di vario genere, con la differenza che sono loro stessi a proporre gli hashtag. Mi ricordo del periodo dei morsi dei cani, ad esempio. Accade che un cane da qualche parte uccide qualcuno, e per una settimana chiunque venga morso da un animale domestico finisce in prima pagina. Dopo una decina di giorni, più niente. Lo stesso accade quando crolla un pezzo di tetto in una scuola e ferisce uno studente: per qualche giorno fanno notizia anche dieci centimetri di intonaco che si staccano in uno spogliatoio, poi si passa all’hashtag successivo.

È difficile fare politica ed investire al di fuori degli hashtag del momento, perché è una politica silenziosa, spesso inutile in chiave elettorale. Nel 2014 il governo fondò il programma ItaliaSicura/Scuole, in pienissimo periodo terremoti. In quattro anni questa struttura ha investito €10 miliardi sull’edilizia scolastica, più di quanto era stato speso nei vent’anni precedenti (PdC, 2018), ed oggi viene chiusa poiché il governo non ne rinnova il mandato. Certo, oggi l’hashtag non è più sui terremoti ma sui migranti. E su questo tema, così come su molti altri (giustizia, vitalizi, …) l’attuale governo è stato molto chiaro: per dirla con il Joker ‹‹non è questione di soldi, è questione di mandare un messaggio››. A chi infatti obietta che al netto degli slogan, la maggior parte delle persone salpate dalle coste libiche sono comunque arrivate in Italia, o che il risparmio dato dal ricalcolo delle pensioni parlamentari è esiguo, viene risposto che ciò che conta è il messaggio. Allora, al netto del fatto che è evidentemente troppo presto per valutare l’operato del governo in carica, e che noi in primis su questo blog abbiamo esortato una politica sull’istruzione fatta da piccole cose e non grandi riforme, va detto che se la prima cosa che viene fatta sul tema della scuola è quella di tagliare gli investimenti sulla sicurezza, il messaggio che passa non è dei migliori – anche se non essendo l’hashtag del momento non fa troppo rumore.

Fonti:

Baricco, A. (2010). I barbari. Feltrinelli Editore.

Presidenza del Consiglio. (2018). Chiude Italiasicura Scuole, la struttura di missione per la riqualificazione dell’edilizia scolastica. [Disponibile a: http://italiasicura.governo.it/site/home/news/articolo2451.html]

[Immagine tratta da google immagini]

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