Aristotele: può l’educazione all’amicizia salvare la città? pt.1

Aristotele affrontò direttamente il problema della paideia all’interno delle sue tre grandi opere di etica, l’Etica Nicomachea, l’Etica Eudemia e infine la Grande Etica (o Magna moralia, questo è infatti il titolo latino con cui l’opera viene comunemente citata). Tra queste la più importante è senza dubbio la prima, che, composta dagli appunti delle lezioni che teneva al Liceo, risalirebbe all’ultimo periodo dell’attività del filosofo, quello ateniese (dal 335-334 a.C. Fino alla morte), e che di fatto costituisce la posizione più matura assunta sui temi di filosofia morale.

Siccome sarebbe pressoché impossibile riassumere in poche battute la complessa serie questioni legate alla paideia che lo Stagirita affronta all’interno della sua opera, in questa sede mi soffermerò solamente sui libri VIII e IX dell’Etica Nicomachea con l’intenzione di mettere in luce l’importanza che il filosofo attribuiva all’educazione all’amicizia.

Perché l’educazione all’amicizia è, forse, ciò che più conta nella paideia all’interno della città?

Potremmo rispondere dicendo che «senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni», dal momento che è possibile constatare come come nella prosperità si abbia necessariamente bisogno di qualcuno con cui condividere i propri beni (se questo non accadesse infatti non ci sarebbe altra via possibile che l’isolamento, condizione nella quale i beni che si possiedono, non potendo giovare in alcun modo nelle relazioni sociali, diverrebbero completamente inutili) e nell’indigenza, invece, di qualcuno che sappia assisterci condividendo le nostre sofferenze e ponendo rimedio alla nostra mancanza di beni con la sua liberalità.

L’amicizia è qualcosa a cui inoltre non possono rinunciare né i giovani, il cui amore per la convivialità è tanto più forte quanto più il vigore della loro età lo consente, né gli anziani, che amano trascorrere insieme del tempo scambiandosi i ricordi più o meno piacevoli del loro passato.

Sembra che nessuno possa quindi rinunciare alla philia, nemmeno la polis, che, come vedremo, proprio su di essa in ultima istanza si fonda.

Detto questo, che cos’è quella particolare disposizione (virtuosa) che noi chiamiamo philia?

La prima risposta che possiamo azzardare con Aristotele è questa: l’amicizia è un sentimento che si genera fra pari e che può trarre la propria origine (1) o da un sentimento di utilità (2) o di piacere, (3) oppure da una dedizione totale e gratuita nei confronti dell’altro.

Per lo Stagirita infatti una relazione fra pari si può configurare prima di tutto come un mero scambio reciproco di beni o favori: questa, sebbene sia alquanto effimera e destinata ad avere fine non appena l’esigenza che l’ha fatta nascere viene meno, si può considerare a detta dello Stagirita la prima forma di philia.

La seconda forma di amicizia si fonda invece sul piacere che due persone sono in grado di scambiarsi reciprocamente: tutti noi ci troviamo bene in compagnia di determinate persone e apprezziamo tanto più la loro compagnia quanto più nei momenti comunitari percepiamo la loro capacità di metterci di buon umore. Purtroppo però anche questa seconda forma di amicizia non è poi così stabile, venendo a cessare non appena una delle due persone non è più in grado di arrecare un piacere intenso all’altra.

Infine la terza forma di philia, nonché sostanzialmente l’unica veramente autentica, è quella che si genera tra due individui virtuosi e che non nasce né in funzione dell’acquisizione di qualcosa di utile né in funzione di un mero scambio di piaceri, bensì dalla dedizione totale e gratuita nei confronti dell’altro.

 Quando un individuo si accorge di essere legato ad un’altra persona a motivo di una profonda comunione di intenti e dello stesso stile di vita, è facile che nasca un’ammirazione reciproca, che di lì a poco porterà i due a desiderare di trascorrere quanto più tempo insieme possibile; ex hoc si formerà un profondo legame affettivo che farà sì che ciascuno desideri spontaneamente e gratuitamente per l’altro il meglio, ovvero tutto ciò che in fondo desidererebbe per se stesso, dal momento che «l’amico infatti è un altro se stesso». Colui il quale riesce a comprendere che l’alterità non si può mai dare al di là e al di fuori dell’identità ha compreso la quintessenza della relazione e pertanto può fare esperienza dell’autentica philia.

Immagine di copertina:  Autoritratto con un amico di Raffaello (1518-1520)

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