Il sistema educativo cinese pt.2: la morte di Mao e la modernizzazione

È solo con la morte di Mao e l’ascesa di Deng Xiaoping nel 1979, personalità propulsiva nell’ambito del progetto di modernizzazione cinese, che la situazione ha iniziato a cambiare. Da quel momento, gli investimenti in ambito educativo sono stati sempre più consistenti, aumentando del circa 20% ogni anno.

Il processo di alfabetizzazione è oggi, grazie alle riforme, pressochè completato. Si è passati da un grado di scolarizzazione pari al 30% per gli uomini e nullo per le donne in epoca post imperiale (dal 1911) a un 66% nel 1982 (anno in cui sono state avviate le riforme da Deng Xiaoping) sino a coprire recentemente il 95% della popolazione.  È stimato inoltre che oggi in Cina il 90% dei bambini completi nove o più anni di formazione.

Nonostante gli indubbi successi ottenuti, vi è ancora una grande disomogeneità per quanto riguarda l’accesso all’istruzione. Il divario si concentra soprattutto tra scuole di città, qualitativamente superiori e scuole di campagna in cui gli standard sono decisamente più bassi. Sono così sempre più frequenti gli abbandoni nelle scuole di campagna e di piccole città.

Per chi continua con gli studi dopo la scuola dell’obbligo ci sono due scelte: c’è chi opta per licei che accompagnano lo studente nel percorso di preparazione per l’esame d’ingresso universitario o chi decide di iscriversi a scuole professionalizzanti per entrare a far parte della forza lavoro una volta terminati gli studi.

Per quanto concerne il primo caso, un numero sempre più crescente di studenti sceglie di percorrere questa via. Questo sistema, tuttavia, è spesso fonte di un grande discrimine per chi vi partecipa.

In Cina sono i governamenti provinciali a controllare la maggior parte delle università e quest’ultime sono più propense  ad ammettere studenti provenienti dalla regione in cui sono collocate, a prescindere dal risultato ottenuto dallo studente. Ciò corrisponde a un netto vantaggio per chi è originario di una provincia con un alto numero di università (magari università prestigiose) e una forte ingiustizia per chi proviene da altre province. Una recente ricerca ha dimostrato che un diplomato cinese ha 41 volte più possibilità di essere ammesso all’Università di Pechino rispetto a un suo coetaneo proveniente dalla provincia dell’Anhui, una delle regioni più povere del Paese.

Consequenzialmente, la brama degli studenti di riuscire ad immatricolarsi in una buona università costituisce un vero e proprio sacrificio per chi vi partecipa e per le famiglie che finanziano questo percorso per garantire ai propri figli un’ istruzione, se possibile, migliore rispetto agli altri.

La concezione, molto forte in Cina, che l’educazione sia un fattore determinante nella ricerca di un lavoro qualificato , rende il sistema scolastico cinese estremamente competitivo.

Come accennato, i genitori ambiscono a un’educazione di alta qualità per i propri figli, o meglio un’educazione alla qualità. In Cina infatti il termine Suzhi 素质 (qualità), indica un criterio secondo cui si determina in che misura un soggetto ha il diritto di interferire nei processi decisionali, andando così giustificare delle gerarchie sociali. Per essere più concreti, un individuo che non ha i mezzi necessari per ottenere un’educazione qualificata sarà, a ragione, escluso da qualsivoglia ingerenza con il potere politico poiché caratterizzato da una bassa qualità. Si tratta di una concezione culturale radicata attraverso cui la leadership cinese, sin dal periodo imperiale quando l’educazione era basata sulla dottrina confuciana, giustificava l’esclusione di ampie fasce di popolazione dai processi decisionali.

Nonostante le forti contraddizioni delineatesi negli ultimi decenni in epoca post riforme, è indubbio che la Cina stia compiendo passi da gigante in ambito educativo, le statistiche indicano che nel 2030 il 27% dei laureati mondiali sarà cinese, previsione che ha dello straordinario se si pensa che un secolo fa, in epoca post imperiale la popolazione cinese era pressochè analfabeta.

 

Di Mirta Cugini (segue dalla prima parte)

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