Ragione e istruzione: lo sviluppo di un paradigma

Da sempre il sistema scolastico si organizza in funzione di una determinata visione del mondo che vede nella ragione il proprio termine assoluto; la categorizzazione del reale
si svolge pertanto attraverso quelle materie che al massimo grado esprimono concetti analitici e che, attraverso una paventata oggettività, ritengono di poter dare
le migliori risposte sugli interrogativi che va ponendoci il reale.
Matematica, fisica, chimica, etc. diventano dunque le materie in grado di esprimere la conoscneza del mondo al massimo grado.
Ciò deriva da un dato culturale che si è progressivamente andato sviluppando all’interno del pensiero occidentale: in questa sede non possiamo di certo ripercorrere le cause e gli sviluppi di tale fenomeno, ci limiteremo pertanto ad osservare come il paradigma dominante andatosi ad affermare oggi all’interno
della società e della cultura occidentale sia di tipo logico-positivista e come culmini nella scienza empirica.
Quest’ultima non è affatto l’unica via d’accesso a una conoscenza esausitva della realtà: essa infatti ha per oggetto di studio i fenomeni, la sua conoscenza è sempre e solo legata al contingente e procede pertanto scavalcando confini. Essa rappresenta certamente una modalità efficace di conoscenza che non può che indagare secondo le sue regole
e solamente all’interno del suo paradigma.
Essa si serve di ciò che i Greci erano soliti chiamare Lògos (che noi contemporanei possiamo tradurre come “ragione”, “parola”, “discorso ragionato”) e di cui già gli antichi conoscevano bene il limite:
infatti erano ben consapevoli che attraverso di esso non si può giungere alla conoscenza esaustiva del mondo e che il suo modo di procedere lascia spazi d’ombra, non riuscendo ad afferrare il reale
sotto il proprio giogo. Esso rimane pertanto vincolato da questa impossibilità.
Già Eraclito nel lontano VI secolo a.C commentava: “Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lògos”.
La ragione incontra il suo limite e in quel suo dolce naufragare ecco
nascere un nuovo linguaggio: la sua lingua è estetica ed il suo nome è arte.
Essa si esprime attraverso simboli, riecheggia figure, è emanazione di armonie silenti, ricerca l’origine e, pur rimanendo
al di fuori del discorso logico, parla del vero, lo nomina, lo indica, ne allude continuamente; nella sua alogicità sta la sua grandezza.
Non è un caso che alla figura dell’artista si associ spesso quella del folle, come fosse il testimone di un mondo rovesciato in cui la verità appare chiara. A tal proposito è giusto ricordare che la figura del folle
ha sempre avuto due facce: da una parte l’uomo che sragiona e porta in sé la corruzione di una malattia, dall’altra il folle come conoscitore della realtà profonda e disvelatore della
menzogna, saggio sghignazzante e cialtrone.
E’su quest’ultimo volto che vale la pena di fermarsi un attimo, ossia sui folli che si ritrovano in Shakespeare o nei dipinti del pittore fiammingo Bosch.
In questi artisti la follia è presa nella sua tragicità ed è fonte di conoscenza cosmologica: si pensi alla Nave dei Folli, in cui ritroviamo l’albero della conoscenza
dell’Eden sradicato e posto come albero maestro del veliero insensato.
Ciò che dovremmo ricordare è che l’arte, parimenti alla scienza, rappresenta una forma di conoscenza che deve essere coltivata,
insegnata e riportata nelle scuole al suo massimo grado.

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