Istruzione in Parlamento: intervista alla senatrice Iori

Iniziamo una serie di interviste con l’obiettivo di acquisire consapevolezza sul dibattito parlamentare in materia di educazione scolastica e universitaria, per capire da vicino i provvedimenti che interessano direttamente noi studenti. Nei limiti derivanti dalle disponibilità, cercheremo di coinvolgere tanto esponenti della maggioranza quanto dell’opposizione e delle parti sociali al fine di offrirvi una pluralità di prospettive.

Oggi ringraziamo per la sua disponibilità la Senatrice Vanna Iori, eletta con il Partito Democratico nel collegio di Reggio Emilia, membro della VII Commissione del Senato. L’On. Iori è docente ordinaria di pedagogia all’Università Cattolica di Milano e fondatrice del gruppo di ricerca e formazione “EIDOS”.

On. Iori, nella manovra finanziaria approvata negli ultimi giorni dell’anno scorso alcuni provvedimenti riguardano l’istruzione scolastica e universitaria. Si sta andando nella direzione giusta?

La direzione non è quella giusta, anzitutto perché si stanno operando tagli rispetto ai 4 miliardi che erano stati investiti durante la scorsa legislatura con la ‘Buona Scuola’. Non voglio difendere in toto la ‘Buona Scuola, ma questo è un dato di fatto. Con l’attuale governo la spesa in istruzione è stata tagliata a beneficio di ‘quota 100’ e reddito di cittadinanza. Particolarmente preoccupanti sono i tagli alla formazione degli insegnanti prima dell’accesso all’insegnamento: non basta essere laureati in matematica per saperla insegnare, servono anche le basi della metodologia pedagogica e didattica. Oltre a ciò è stata tagliata anche l’alternanza scuola-lavoro, che invece andrebbe potenziata seguendo il modello duale tedesco in cui molti studenti ricevono offerte di lavoro dall’azienda che li ha ospitati nel periodo di alternanza.

Sono ormai passati più di tre anni dall’entrata in vigore della Buona Scuola. Cosa ha funzionato e cosa invece ha dimostrato di non funzionare?

Anzitutto c’è stato un problema di comunicazione: molti aspetti non sono stati opportunamente comunicati. Inoltre l’interlocuzione con le parti sociali è stata troppo scarsa: per una riforma come quella sarebbe stato opportuno ascoltare maggiormente i sindacati. Venne fatto un questionario pubblico online, ma sedersi a un tavolo con le parti interessate è un’altra cosa. Ciò che invece rivendico orgogliosamente della Buona Scuola è la quantità degli investimenti dedicati all’istruzione. Penso che la direzione complessiva della riforma fosse quella giusta: un cambiamento nella direzione del modello anglosassone che evita la standardizzazione nel rispetto delle specificità territoriali, aspetto particolarmente importante per un paese eterogeneo come il nostro.

È ormai trascorso un anno dall’entrata in vigore della legge sulla figura dell’educatore socio-pedagogico e del pedagogista (L 205/2017) che porta il suo nome. Quali novità ha comportato l’entrata in vigore di questa legge? La sua applicazione procede senza problemi o sono emerse criticità?

L’aspetto più importante è l’aver dato per la prima volta dignità professionale alla figura dell’educatore: fino a un anno fa il nostro Paese era l’unico in Europa a non avere una legge che dicesse chi poteva fare l’educatore e dunque chiunque poteva essere assunto come educatore senza specifici requisiti d’accesso. Ora invece abbiamo le figure dell’educatore e del pedagogista: particolarmente importante perché svolgono ruoli importanti nella crescita dei nostri figli. Con questa legge abbiamo dato una fisionomia professionale a tali figure, adeguandoci al Quadro Europeo delle Qualificazioni Professionali (sesto livello per gli educatori, settimo livello per i pedagogisti).

La principale criticità nell’applicazione della legge deriva dall’esistenza di un corso di laurea per educatore professionale nell’ambito delle facoltà di medicina: un’anomalia tutta italiana, emersa negli anni Ottanta. A tal proposito sarebbe necessario un risanamento, grazie all’unificazione con i corsi di laurea per educatore professionale della classe di laurea L-19 (scienze della formazione), ma attualmente le logiche accademiche lo stanno impedendo e le figure professionali continuano ad essere due. Per sanare le distorsioni che ne deriverebbero, siamo riusciti ad approvare unanimemente con la maggioranza un emendamento alla Legge di Bilancio che consente anche agli educatori socio-pedagogici di lavorare nei presidi socio-sanitari (dove molti di loro già lavorano). I soli educatori provenienti da una laurea in medicina non basterebbero al fabbisogno complessivo dei presìdi. Questa è la principale questione rimasta in sospeso: riusciremo a unificare le figure? Ci sarebbe bisogno di una legge organica chiara in questo senso e a tal proposito stiamo già svolgendo audizioni nella VII Commissione del Senato.

Secondo dati Istat, circa 28mila laureati abbandonano il Bel Paese ogni anno per cercare opportunità all’estero. Sembra essere un chiaro sintomo della mancanza di fiducia delle nuove generazioni (soprattutto di chi si impegna negli studi) nella possibilità di coltivare un futuro professionale nel nostro Paese.  Non pensa si dedichi troppa attenzione a temi come l’immigrazione rispetto a un’emergenza come la fuga di cervelli? Cosa si può fare per arginare questa emergenza?

Penso che questa sia un’emergenza drammatica per il Paese. È in assoluto la prima emergenza: se non si investe sull’educazione non ci sarà sviluppo a nessun livello, nemmeno economico. Sapere che i talenti che noi formiamo vanno ad arricchire il patrimonio di competenze di altri paesi è una delle cose che più mi amareggiano. La prima soluzione è l’abbassamento delle tasse universitarie. In seconda istanza bisogna favorire uno scambio più dinamico e proficuo tra mondo accademico e forze del lavoro. Altrimenti il sapere rimane troppo astratto e non trova un’applicazione professionalizzante. Una piaga secolare dell’Italia penso sia proprio l’isolamento del mondo accademico rispetto al resto della società e del mondo produttivo.

Come recita l’art. 34 della Costituzione “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”, ma come tutti sappiamo l’istruzione universitaria continua ad essere costosa per un’ampia fetta della popolazione che non se la può permettere. Questo è sicuramente anche tra le cause del così basso numero di laureati nel nostro paese: che cosa si può fare per rendere l’università è economicamente conveniente?

È necessario facilitare le modalità di accesso allo studio: dagli alloggi universitari fino all’azzeramento delle tasse universitarie per i meritevoli. È una cosa che in altri paesi europei avviene e l’Italia non deve avere paura della parola meritocrazia. Questo problema ha però due facce: economica da un lato, culturale dall’altro. Fino a 10-15 anni fa la laurea era vista come un fattore che permetteva di salire nell’ascensore sociale, ora purtroppo non più sempre così. C’è stato ed è tutt’ora in corso un disinvestimento sul valore culturale della laurea. L’ignoranza è sempre più diffusa ed utilizzata quasi come vanto, ma laddove c’è ignoranza si annida il pregiudizio antiscientifico e la disinformazione. Infine è anche un problema politico: più si è ignoranti e più si è manovrabili.

Sempre riguardo alla questione del diritto allo studio: considerando che si tratta di una competenza prevalentemente regionale, il piano per la concessione di un’autonomia differenziata alle tre regioni del nord richiedenti (Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia) non rischia forse di aumentare ancora di più la sperequazione nord-sud anche su questo aspetto?

Temo proprio di sì. Se non sarà elaborata in maniera leggera ed adeguata, il divario tra le regioni del Paese rischia di aumentare anche sul tema del diritto allo studio. Deve quindi essere studiata con oculatezza, in quanto bisogna permettere l’applicazione del principio costituzionale su tutto il territorio nazionale.

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