Panegirico di Dante

con Francesca Izzi

Un dialogo platoneggiante, quasi flusso di coscienza joyciano, mai accaduto, in un non-luogo falsamente letterario. Avviso ai lettori: ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale, tranne nel caso di Dante.

“Devo scrivere un articolo su una delle Tre Corone.”

“Su chi?”

“Dante. Su Dante”

“Ah.”

“Eh.”

“Beh, le parole al riguardo non mancano; nemmeno gli argomenti, se è per questo.” 

“Il punto è che non credo di esserne in grado.”

“Perché no?”

“Da dove inizio? Cosa c’è di non detto? Specialmente quest’anno: non c’è testata giornalistica che non gli abbia dedicato almeno una pagina.”

“Giusta osservazione. Facciamo così: cosa ti verrebbe in mente se ti chiedessi di parlarmi di lui?”

“Uhm…”

“Coraggio. Qualsiasi cosa.”

“«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!»”

“Bella! L’hai scritta tu?”

“No, Purgatorio, VI, 76-78, Dante, 1300. Sorprendente, vero? Potrebbe essere stato scritto oggi. Del resto Dante sembra essere bloccato in un continuum spazio temporale in cui la storia è destinata a ripetersi. Si potrebbe quasi dire che la sua non è stata una visione dell’altro mondo, ma del nostro nelle varie epoche, presenti, passate e future. Ripensando all’anno appena trascorso, per esempio, le tre fiere si sono palesate in tutta l’urgenza di anni di trascuratezza: economia, politica e sanità hanno mostrato la fallacia di un sistema che si è visto togliere risorse per anni e che, una volta richiestogli di essere performante, è sprofondato sotto il peso della mala gestione. Destini economici incerti, ospedali al collasso, istruzione ancora una volta dimenticata (e dopo mesi di pandemia possiamo affermare con certezza che le cose non siano poi tanto cambiate) ci hanno fatto sprofondare giorno dopo giorno sempre più giù: nell’episodio di Bergamo abbiamo fronteggiato impotenti il Lucifero più tremendo che avremmo mai immaginato, una morte senza nome. La risalita è stata strana, e la vetta del monte appare comunque molto lontana. Come già Dante ci aveva chiesto di comprendere, abbiamo visto che solo la sinergia di intenti poteva permetterci di muovere passi in avanti. Si è reso evidente come sconsiderate decisioni di singoli (vedi l’immunità di gregge) non abbiano segnato altro che disfatte: e anche qui, nelle terzine di quel XXVI canto dell’Inferno, l’uomo che fa da sé, l’Ulisse dal multiforme ingegno, va incontro a rovina certa; e in quell’accorata «orazion picciola» in un certo qual modo potremmo individuare ravvisaglie di populismi da battaglia che tanta presa hanno spesso sulle opinioni della gente, quelle false promesse che una classe politica fa pur consapevole dell’impossibilità del mantenerle.”

“Oh. Ma ci hai pensato adesso? Potresti…”

“E vogliamo invece parlare della modernità della questione linguistica? Non possiamo considerarla avulsa dalla tematica politica, ovviamente. Unità linguistica è unità di pensiero, unità di nazione. In un’Italia divisa e squassata dalle guerre tra casate e comuni, il Sommo cerca la sanificazione in un ambito del quale si era largamente sottovalutata l’importanza. Il rilievo non ha soltanto risvolti nazionali, ma apporta una vera e propria rivoluzione nel sociale. La produzione letteraria in una lingua comprensibile ai più è apertura ideologica e culturale al popolo. Dante ci ha parlato di riscoperta e edificazione dignitaria del volgare quando qualsiasi forma di scritto – poetico e non – in una lingua diversa dal latino veniva tacciato di esser, appunto, cosa volgare.”

“Credo di essermi perso.”

“Prese la questione talmente a cuore da pensare a un modo per parlare una doppia lingua. Scrisse infatti il De Vulgari Eloquentiae volutamente in latino, perché destinato a un pubblico terribilmente colto e borioso quale quello accademico: questo fungeva da trattatello esplicativo dei motivi che avrebbero elevato, nella sua visione chiaramente veggente, il volgare a lingua dell’unità; ma al volgare stesso affidò la sua grande opera, che non avrebbe neanche bisogno di esser citata. Riesci a comprendere la portata rivoluzionaria del suo pensiero? Scrivere un’opera avvincente come la Commedia…”

“Divina.”

“A dire il vero fu Boccaccio a definirla Divina, ma arriviamo al punto. Scriverla in una lingua fruibile dalla grande massa voleva dire rendere la cultura accessibile a quelle stesse persone che dagli ambienti di produzione del sapere erano tagliate fuori; produrre in volgare era un’esortazione sussurrata a gran voce alla massa, “Avvicinatevi”. Chiaramente il processo ebbe ben più che qualche avversario: del resto la cultura è l’arma di ribellione più spaventosa di tutte, quella che i potenti hanno sempre cercato di tenere per sé.”

“Dovresti proprio aggiungere anche questo! Quello che colpisce poi è…”

“Comunque – tu chiamami pure romantico – ma quello che ammiro di più è Beatrice. E non ti parlo delle opere a lei dedicate. Figurati, il mestiere più antico del mondo è, al contrario di quanto in molti pensano, decantare l’amore per un’altra persona. No. Io intendo di quello che Beatrice rappresenta. Dante, dedicando i suoi versi a lei e lasciandosi ispirare dalla sua immagine, ha creato uno Standard. Beatrice è uno standard. Oggi ci si riferisce ancora a lei e, cosa più importante, ci si riferisce all’amore che Dante provava nei suoi confronti. Riesci ad immaginare un amore così? Bruciante, che ti consuma al punto tale da non poter fare altro se non scrivere di lei. Ogni parola, ogni rima, ogni terzina è un luogo d’incontro tra loro. Questo ha segnato una rivoluzione della grammatica amorosa: Beatrice non è più l’oggetto del desiderio, ma ne diventa il soggetto.  Inarrivabile, pura e lontana dalle meccaniche della passione, getta Dante in balia di un sentimento del quale non è più il dominatore. Amare Beatrice significa ascendere quasi involontariamente al Divino, qualsiasi cosa questo possa significare. «Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine».

“Ma questo non è Battiato?”

“Mi sono lasciato trasportare. Ad ogni modo, riesci a coglierne la potenza? Questo è lo standard a cui mi riferisco. Una mia Beatrice non l’ho mai conosciuta. Leggere di lei attraverso le parole di Dante scatena in me una sorta di invidia latente, perché difficilmente si può provare una dedizione così totalizzante per un’altra persona. Sai che c’è? È che tutti gli amori sono unici e irripetibili, ma quello di Dante, forse, lo è un po’ di più.”

“A meno che tu non voglia aggiungere altro nel tuo delirio letterario, direi che potresti chiuderla qua.”

“Aspetta. Mi resta l’ultima domanda da fare.”

“Vai.”

“Titolo: Usciremo a riveder le stelle?”

“No zi’, stasera piove.”

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