Questione di ranking…

È attitudine comune ad una certa “vecchia scuola” all’interno dell’università italiana quella di snobbare, se non ignorare completamente, l’esistenza di ranking internazionali atti a mettere in classifica le università del mondo, dalla migliore alla peggiore. Tale atteggiamento di noncuranza deriva da un tempo ed un contesto in cui l’università era più difficile, rivolta ad una certa élite sociale ed intellettuale, concentrata sui contenuti e poco interessata alla forma. In sostanza l’università dei nostri professori, che conservava ancora molti tratti (e quasi tutti i professori) dell’epoca pre-sessantottina.

Questa è una università oggi ricordata con nostalgia da una buona parte di quegli addetti ai lavori – professori ed amministratori – che ancora nutrono la speranza che i loro studenti siano in classe per imparare qualcosa, e non per mettere in tasca qualche CFU. Si omette però un aspetto fondamentale: era quella un’epoca in cui se si aveva bisogno di un libro per scrivere la tesi bisognava sperare di trovarlo in biblioteca, in cui l’inglese era masticato da pochi e in cui studiare all’estero era un’opzione quantomeno strampalata. Un’università pre-internet, in cui gli unici aspetti vagamente competitivi si trovavano all’interno di uno stesso dipartimento, o al massimo tra due università vicine. Oggi, che piaccia o meno, la competizione è su scala globale: ignorarlo non solo è inconclusivo, ma anche stupido e nocivo per la salute del nostro sistema.

Esistono dei ranking, stilati secondo criteri in larga parte oggettivi e scientifici, che vanno tenuti in considerazione anche da chi non crede che i luoghi di culto del sapere per eccellenza si possano mettere in classifica. Ahimé, si può eccome. Si può guardando il numero di vincitori di premi di ricerca tra gli alumni e i professori, guardando il numero di pubblicazioni dei vari dipartimenti e la loro qualità (il numero di citazioni ricevute), guardando la presenza di studenti e professori internazionali e la reputazione che una certa università gode al di fuori delle proprie mura. È fondamentale prenderne coscienza, perchè la propria posizione in un ranking è – sebbene non esaustiva – il primo indicatore della qualità di una certa istituzione, e quindi un criterio tenuto in considerazione da studenti e ricercatori talentuosi che cercano il giusto luogo per proseguire i loro studi. O le università italiane si rendono conto che operano in un mercato competitivo su scala globale, oppure sono destinate a rimanere realtà locali, con tassi di occupazione post-laurea traballanti e uno scarso appeal per studenti internazionali.

1 Comment

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.