Scrivere bene per agire meglio

Un post datato 14 maggio 2018 de Il Sole24ore.com (sezione ‘Management’) riporta un articolo pubblicato per la prima volta dal Financial Times, a firma di Michael Skapinker, che discute la tesi per cui occorre scrivere bene per agire meglio.

Riprendiamo il punto in questo primo articolo sul tema, lasciando da parte la domanda specifica dell’articolo di Skapinker che si chiede se una grammatica “zoppicante” precluda l’accesso a posizioni di vertice. In Italia c’è stato un acceso dibattito sull’opportunità di richiedere agli studenti di ogni ordine e grado, di impegnarsi a scrivere e parlare evitando espressioni gergali, regionalismi e neologismi di sorta. Una certa lassezza nell’espressione orale è facilmente osservabile nell’esperienza quotidiana e si può spiegare anche riferendosi all’influsso di alcuni media, che da tempo non sentono più l’alfabetizzazione come un obiettivo urgente. D’altro canto, soprattutto negli ultimi anni, questa lassezza affetta anche l’espressione scritta.

Non si tratta soltanto di conservare una lingua desueta, per il piacere che si può ricavare dall’utilizzo di espressioni e strutture d’altri tempi, come pure sarebbe legittimo pensare. Di più: non si tratta di salvare la lingua di Dante o di Manzoni, negando la storicità della lingua, che vive della vita di chi attraverso essa pensa, parla, scrive.

Si tratta piuttosto di impostare la questione secondo uno schema che, con chiara eleganza, ha esposto Thomas Mann ne La montagna incatata, per cui scrivere bene è, in certo senso, già pensare meglio e conseguentemente agire meglio.

Chiedere agli studenti (anzitutto a loro ma, in fondo, a tutti) di non cedere dinnanzi all’importanza di esprimersi bene, seguendo certe regole significa chiedere loro di pensare bene. È legittimo domandarsi se pensare seguendo una grammatica precisa sia ipso facto pensare bene. Si potrebbe obiettare, d’altro canto, riferendosi alla grammatica come a una forma di coercizione che impedisce al soggetto di esprimere creativamente e liberamente se stesso.

Se fosse di per sé coercitiva, l’unica grammatica tollerabile sarebbe quella divelta, destrutturata, morta.

La grammatica non è di per sé coercitiva: è piuttosto l’opportunità di esprimersi liberamente e creativamente, è la forma che dà senso all’espressione. Il solo modo, in fondo, per lavorare all’elaborazione di nuove grammatiche, di nuovi modi di espressione più liberi e fedeli allo spirito del tempo è abitare la lingua. La qual cosa non è possibile se non abitando la grammatica ed essendo padroni delle sue potenzialità.

È in fondo un invito ad agire meglio, perché il pensiero e il linguaggio sono forme d’azione.  Quello che si chiede ai nostri studenti è di sforzarsi di agire per migliorare il mondo in cui viviamo, anzitutto migliorando il modo in cui lo si racconta, lo si pensa, lo si abita.

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/management/2018-04-16/una-grammatica-zoppicante-preclude-l-accesso-posizioni-vertice–164534.shtml?uuid=AEP2ULZE (consultato l’ultima volta il 28/06/2018).

Thomas Mann (1992), La montagna incantata, Corbaccio.

Immagine di copertina tratta da Google Immagini.

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