I tirocinanti devono essere pagati!

Intervista all’eurodeputato Benifei (PD), sostenitore della proposta

A chi non è capitato, consultando un’offerta di tirocinio, di leggere quella infelice dicitura “non è previsto alcun compenso”? Gli stage non retribuiti sono diventati un’abitudine (o meglio un vizio) di aziende e istituzioni, che cercano così di elevare la propria produttività tramite un abbassamento del costo del lavoro. Il risultato è evidente: solo chi se lo può permettere invia la propria candidatura, magari ritenendo che nonostante l’assenza di compenso si tratti di un’imperdibile opportunità formativa. Il Parlamento europeo ha da poco approvato una risoluzione per chiedere che si vada nella direzione di retribuire ogni forma di tirocinio e, a questo proposito, ho intervistato l’on. Brando Benifei, sostenitore della proposta e capodelegazione PD all’Europarlamento, per capire perché i tirocini devono essere pagati.

On. Benifei, che cosa la spinge ad impegnarsi affinché venga fermata la pratica dei tirocini non retribuiti? Che cosa sta facendo il Parlamento europeo a tal proposito?

La consapevolezza che gli stagisti e i tirocinanti sono lavoratori a tutti gli effetti, per quanto soggetti in formazione. Il loro inquadramento nelle realtà lavorative deve quindi rispondere all’esigenza di garantire un’esperienza lavorativa, acquisendo competenze utili al loro futuro professionale. Troppo spesso invece vediamo stage di scarso livello formativo utilizzati come un modo per ottenere manodopera a basso costo, che magari per giunta si reiterano continuamente, determinando un limbo che causa enormi problemi per lo sviluppo personale e lavorativo dei ragazzi coinvolti. Come Parlamento Europeo, siamo da tempo attivi sul tema, lavorando per migliorare sempre più il quadro normativo europeo e le proposte che ci giungono dalla Commissione Europea. La risoluzione approvata recentemente, che condanna i tirocini non pagati e chiedendone la messa al bando, e che esorta ad aggiornare il Quadro Europeo di Qualità per i tirocini introducendo misure vincolanti sulla retribuzione, è solo l’ultimo atto di un lavoro che viene da lontano e che proseguirà.

Avendo la risoluzione del Parlamento europeo (B9-0310/2020 dell’8 ottobre 2020) carattere di raccomandazione e considerando che l’Unione non ha competenza esclusiva in materia di lavoro, quali ritiene che debbano essere le misure che gli Stati membri dovranno adottare per accogliere la raccomandazione mettendo fine alla pratica dei tirocini non retribuiti?

Prima di tutto, occorre migliorare le raccomandazioni del Consiglio su Garanzia Giovani, accogliendo i punti della Risoluzione. In questo modo, per gli Stati membri sarà molto più difficile disattendere le indicazioni, anche perché ad esse sono vincolati fondi europei di supporto alle politiche del lavoro. Chiaramente, però, come Lei dice, c’è anche un piano più prettamente nazionale: in questo senso, gli Stati membri possono spingersi anche oltre le raccomandazioni, iniziando a varare una serie di normative a forte tutela dei giovani che si inseriscono nel mercato del lavoro. I margini di azione dei singoli Paesi, del resto, sono molto più ampi sul lato migliorativo delle proposte UE, che su quello regressivo.

Secondo lei l’entrata in vigore di norme che impediscano attività di tirocinio non retribuite o scarsamente retribuite potrebbe avere provocare l’effetto indesiderato per cui alcune imprese eviteranno di attivare tirocini per scongiurare un aumento del costo del lavoro oppure reputa che accetteranno di sostenere questo costo?

Io credo che avviare tirocini sia nell’interesse delle stesse aziende. In questo modo infatti hanno la possibilità di formare i giovani secondo le loro esigenze più specifiche, e al tempo stesso di valutarne l’idoneità in vista di un contratto di lavoro stabile. Senza i tirocini, l’unica alternativa legale sarebbe assumere da subito con un contratto più vincolante.

Ora cerchiamo di ragionare più ad ampio spettro. In ogni crisi economica e sociale c’è chi perde e, potenzialmente, c’è anche chi vince. Come possiamo far sì che i giovani non siano vittima predestinata della crisi economica e sociale portata dalla pandemia? Non essendoci una panacea, qual è la direzione in cui le istituzioni europee si stanno orientando per impedire che l’accesso dei giovani al mondo del lavoro sia reso ancor più difficile?

Le istituzioni europee stanno predisponendo una serie di strumenti per aiutare chi si troverà più esposto alla crisi. Innanzitutto, su mia precisa richiesta, la Commissione Europea ha specificato che gli Stati membri potranno usare i fondi del SURE, strumento europeo che finanzia misure di sostegno all’occupazione durante la pandemia, anche per finanziare supporto al reddito per stagisti e tirocinanti. Non è cosa da poco, se consideriamo che queste categorie sono spesso le più vulnerabili. Inoltre, come già accennato, la Commissione Europea ha predisposto una serie di modifiche a Garanzia Giovani, come allargare la platea dei beneficiari, nell’intento di favorire il più possibile l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro anche in un contesto complesso come quello che stiamo affrontando. Non bisogna poi dimenticare tutti i programmi europei su cui stavamo lavorando già prima della pandemia, e che entreranno in azione con il bilancio pluriennale 2021-2027. Tra questi il nuovo Fondo Sociale Europeo Plus, che supporterà progetti per lo sviluppo di competenze utili ai nuovi bisogni del mercato del lavoro, nel contesto della trasformazione digitale e sostenibile della nostra economia. Re-skilling e up-skilling che, tra l’altro, non riguarderanno solo i giovani, ma tutti i lavoratori di aree e settori particolarmente riguardati dai cambiamenti in atto.

A noi di Education Around stanno molto a cuore la dimensione scolastica e quella accademica in quanto crediamo nell’enorme potenziale dell’educazione per formare una cittadinanza più consapevole, responsabile ed esigente, nonché per migliorare l’inserimento professionale giovanile. Da non molto si è completato il primo anno di questa legislatura del Parlamento europeo e ne rimangono ancora quattro. Ci potrebbe citare le tre misure che secondo lei l’Unione dovrebbe necessariamente adottare entro il 2024 per migliorare la qualità dei propri sistemi educativi e ridurre le differenze tra i 27?

Sicuramente la digitalizzazione è uno dei temi principali: oggi le digital skills fanno davvero la differenza e possono marcare importanti disparità da Paese a Paese, ma spesso anche tra aree dello stesso Paese. Anche per questo, il 30% dei fondi di Next Generation EU sarà proprio dedicato alla trasformazione digitale. C’è poi da migliorare ulteriormente l’accesso all’istruzione, declinandolo nelle varie implicazioni: non solo borse di studio, ma anche misure contro il digital divide, oltre che politiche sociali per aumentare la scolarizzazione in categorie e gruppi sociali dove questa è inferiore alla media. Da ultimo, la mobilità studentesca deve essere incentivata ulteriormente: negli scorsi anni è cresciuta tantissimo, ma dobbiamo intensificare gli sforzi: i programmi di scambio studentesco sono cruciali nel creare una vera generazione di europei

Il mondo dell’università e della ricerca del nostro Paese potrebbe essere beneficiario dei finanziamenti previsti dal piano per la ripresa ‘Next Generation EU? Se sì, che ruolo potrebbe svolgere nel processo di rilancio post-pandemia?

Next Generation EU potrà finanziare piani di ripresa nazionali, andando a supportare università e ricerca sono molteplici aspetti. Non solo quello delle infrastrutture, ma anche supportati progetti di ricerca specifici, formazione di docenti e programmi per l’ampliamento delle competenze per gli europei di tutte le età. Da poco, ad esempio, la Commissione Europea ha lanciato un progetto per uno spazio europeo dell’istruzione da realizzare entro il 2025. Lo spazio si dovrebbe sviluppare attraverso una serie di nuove iniziative, più investimenti e una maggiore cooperazione tra gli Stati membri per consentire a tutti gli europei, indipendentemente dall’età, di beneficiare dell’offerta didattica e formativa dell’UE.

Alcuni primi dati, benché provvisori, parlano diun aumento del 5% delle matricole per l’anno accademico 2020/2021. Oltre a tirare un sospiro di sollievo, viene naturale ricondurre questo buon risultato ai maggiori stanziamenti per il diritto allo studio (come l’innalzamento della ‘No tax area’). Una luce di speranza in mezzo al mare in tempesta! Qual è il suo augurio per le ragazze e i ragazzi che hanno deciso di iniziare un percorso universitario?

Il mio augurio per chi inizia il proprio percorso universitario è che questi anni siano per loro densi di scoperte, personali ed accademiche, e che quando la pandemia sarà alle spalle possano arricchire la loro esperienza con scambi negli altri Paesi europei, per toccare con mano quanto è concreta l’unità europea e capire che loro stessi possono contribuire in maniera fondamentale al sogno europeo, vincendo le sfide del nostro tempo.

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