Educazione e lavoro? La scuola è centrale per l’incontro

Diego Rivera Detroit Murales

Introduzione

La scuola è centrale per l’incontro tra educazione e lavoro: ecco il punto di partenza. Alla luce delle trasformazioni globali che sperimentiamo, inoltre, abbiamo bisogno di ripensare tanto le nozioni di scuola ed educazione quanto quella di lavoro. Non è la prima volta che qui ce ne occupiamo.

In uno dei suoi ultimi articoli, infatti, Alvise Gasparini ha avviato una riflessione sul nesso tra lavoro e formazione, da un punto di vista interessante. Con questo articolo intendo insistere sul medesimo nesso, impostando il discorso con una attenzione specifica alla scuola e partendo da una prospettiva diversa.

Riprendo il tema su un piede di dialogo e scambio, nell’idea che la pluralità dei punti di vista produca arricchimento, per tutti.

1. Scuola, lavoro e l’incontro mancato.

Da molti anni e da più parti si sente dire che la scuola italiana, in tutti i suoi ordini e gradi, non prepara adeguatamente studentesse e studenti all’ingresso nel mondo del lavoro. Iniziamo con qualche schizzo per descrivere la situazione attuale a tal proposito. 

Ad un primo livello, il problema si può inquadrare all’interno del più ampio mismatch occupazionale, cioè il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro. Un fattore importante di questo mancato incontro è determinato dalla formazione di chi cerca lavoro. Non è scontato che per un certo posto di lavoro ci siano profili adeguati e si possono delinare due situazioni limite: è possibile che chi cerca lavoro sia troppo qualificato rispetto ad un lavoro disponibile, oppure che lo sia troppo poco. 

In Italia, nonostante alcuni miglioramenti – blandi, a ben vedere -, la situazione è tutt’altro che rosea: le ultime misurazioni registrano un più alto tasso di disoccupazione a giovanile, anche a lungo termine, rispetto agli altri paesi OECD. In questo senso, bisogna tenere conto dell’elevatissimo numero di NEET: giovani che non hanno un lavoro, non ne cercano uno e non sono in formazione. 

Lo snodo fondamentale in cui educazione e lavoro possono incontrarsi è una questione politica: non solo in termini di politiche pubbliche che intervengano sui due ambiti per produrre l’agognato match, perché è fondamentale un ripensamento tanto del mondo della scuola quanto del mondo del lavoro alla luce delle nuove sfide globali. Soprattutto per evitare che si produca l’appiattimento di un fattore sulle esigenze dell’altro, anziché un incontro.

Plasmare in maniera univoca i percorsi d’istruzione e, in generale, il mondo dell’educazione sulla base delle esigenze del mondo del lavoro non è una vera soluzione, poiché si limita a guadagnare tempo rispetto ad un problema che è più strutturale.

 L’occupational mismatch, anche nelle sue variabili che riguardano l’educazione e la formazione (skill, competenze etc.) è ciò che si mostra di una più profonda disarticolazione tra il momento dell’istruzione e dell’educazione e quello del lavoro. Se è vero che il primo deve tenere conto delle trasformazioni che attraversano il secondo, è pur vero che quest’ultimo richiede di essere ripensato, anche in forza di mutamenti e trasformazioni nell’educazione. 

2. Che cosa può essere il lavoro?

Il lavoro, anche soltanto come mercato in cui dovrebbe prodursi l’incontro tra domanda e offerta, ha a che fare con la nostra umanità: è denso di implicazioni culturali, sociali e politiche, economiche ad ampio raggio. Come attività umana, infatti, il lavoro non è soltanto un mezzo attraverso cui procacciarsi gli strumenti (denaro, per lo più) con cui fare altro.

Fuori da ogni etica stakanovista e da ogni lettura ingenua, il lavoro è una delle attività con cui diamo forma al nostro stare nel mondo, al nostro modo di rapportarci alla realtà. Se da un lato esso è certamente il modo in cui siamo soliti acquisire i mezzi necessari per la riproduzione della nostra vita (che non coincide con la mera sussistenza), dall’altro il lavoro è pure incontro con l’altro da noi, è catalizzatore di relazioni. 

Vediamo ogni giorno come, per un certo verso, il valore relazionale del lavoro sia stato compreso e messo all’opera nel concetto di rete: facciamo rete per aumentare la nostra occupabilità, lavoriamo sempre più in formazioni plurali e siamo coinvolti in processi lavorativi che attraversano diversi settori e forme di produzione. Anche in questo suo aspetto, la configurazione del lavoro ha delle implicazioni: basti pensare alle problematiche implicate dal proliferare di subcontrattazioni e nel rapporto tra multinazionali e Stati (la lunga vicenda di Facebook è in tal senso eloquente) . Per chi voglia approfondire questi ultimi aspetti, si può iniziare dai lavori del sociologo critico Luc Boltanski.

Il lavoro, dicevamo, è denso di implicazioni di varia natura e, soprattutto, di ampio raggio: le trasformazioni del mondo del lavoro richiedono azioni politiche di altrettanto ampio raggio e capaci di proiettarsi oltre il tempo immediato. Più facile a dirsi che a farsi, certo, ma la politica non è facile e quando si tenta di semplificarla ad ogni costo, si rischia di ridurla a mera gestione corrente.

Che la politica abbia a che fare con il futuro, è mostrato chiaramente da uno dei pensatori politici più importanti della tradizione occidentale, Niccolò Machiavelli – la cui figura è raccontata molto bene da Gianluca Briguglia nel suo podcast Bestiario Politico

3. Qual è il posto dell’educazione?

L’educazione, in tutto questo, che fine fa? Una fine tutt’altro che conciliante, se non la smettiamo di rincorrere le questioni. Il primo mismatch su cui dobbiamo lavorare è tra educazione e lavoro, sì, ma prima che sia tardi. È all’origine che educazione e lavoro devono incontrarsi.

Si potrebbe dire che, in tal senso, l’Alternanza Scuola-Lavoro è un’occasione importante per produrre l’incontro tra scuola e impresa, poiché si propone di accompagnare i giovani nel compiere i primi passi nel mondo del lavoro. Il massiccio contingente di ore di alternanza che devono essere svolte per essere ammessi agli esami di maturità (che variano a seconda dell’indirizzo di studi) dovrebbe consentire l’integrazione di competenze e abilità che la scuola non è in grado di offrire.

Anche con la nuova denominazione di “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”, si fa fatica a non leggere in questo dispositivo (che pure può produrre incontri virtuosi ed esperienze edificanti), per come è configurato – anche rispetto agli altri Paesi europei -, l’alone della resa da parte della scuola. C’è il rischio che questo tipo di percorsi si riveli una duplice esternalizzazione di costi: dalla scuola all’impresa per la formazione, dall’impresa alla scuola per ore di lavoro. I singoli casi potranno certamente smentire questa lettura – e ci auguriamo che il rischio, se reale, sia al più presto disinnescato. 

4. L’incontro di cui c’è bisogno.

Come favorire, dunque, l’incontro da educazione e lavoro? Andando oltre il semplice incontro (coatto, nella sua formulazione attuale) tra scuola e impresa. Il punto non è anzitutto quantitativo, altrimenti basterebbe segnalare al più alto numero di imprese il più alto numero di studenti e studentesse. Non è necessario – oltre che non auspicabile – che la scuola faccia la fine dei navigator, con strutture fatiscenti da farcire di dati obsoleti nella speranza, che “questi benedetti giovani trovino un lavoro”. 

Senza cedere alla tentazione delle ricette pronte al consumo, proviamo a delineare alcune traiettorie fondamentali di educazione al lavoro, partendo da una considerazione piuttosto semplice e forse banale: il punto fondamentale non sono né le competenze né le abilità ma le persone che eventualmente dovranno ottenerle e metterle all’opera. 

  1. La scuola è scuola: questa istituzione fondamentale di ogni comunità non può abbandonare la propria funzione di educare e formare le persone che a quella comunità appartengono. Possono mutare le forme ed essere negoziati i parametri, anche alla luce di momenti storici complessi, come vediamo accadere in questi mesi, ma la scuola non può non sforzarsi di posizionarsi rispetto all’esigenza di educare. 
  2. L’esigenza educativa passa anzitutto per la formazione di una postura critica della persona nei confronti della realtà, quindi anche nei confronti del mercato del lavoro. Come funziona il mercato del lavoro? Chi decide quanto costa il lavoro? Che implicazioni ha la divisione sociale di quest’ultimo, oltre alle qualifiche e ai certificati di cui possiamo riempire pareti e scrivanie? Che implicazioni ha il lavoro per la salute? Quali strumenti e risorse i lavoratori hanno a disposizione?

L’incrocio di queste due coordinate, molto semplici, ci consente di giungere ad un primo punto conclusivo di questo percorso su educazione e lavoro

Se la scuola è se stessa, allora non può evitare di educare al lavoro in senso critico, cioè anche in senso storico e sociale, politico ed economico. Il mercato lavoro non è qualcosa a cui in cui si faccia il proprio ingresso in maniera neutrale. Il modo in cui la persona può lavorare decide molto della configurazione generale del lavoro e, dunque, del sistema economico-politico a più larga scala.  La scuola è centrale per l’incontro tra educazione e lavoro, dunque per l’incontro tra noi e gli altri nell’esperienza del lavoro.

Questo significa che l’educazione al lavoro è nientemeno che educazione alla libertà, anche attraverso il lavoro. E di libertà abbiamo un disperato bisogno, tutti.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.