L’educazione è il pane dell’anima

La scuola da sempre ha avuto un compito: formare i giovani per accompagnarli nel loro cammino di crescita fino al raggiungimento della maturità. Oggi però siamo costretti ad ammettere che tale compito non viene più portato a termine con successo; sempre di più siamo testimoni di una scuola che non si rivela essere adatta ai tempi, che non capisce i ragazzi e che per questo prende le distanze da loro, smettendo di comunicare e continuando a vivere nella reciproca incomprensione tra studenti e docenti.

Spesso dimentichiamo che, come giustamente ricordava Freud, la scuola ha a che fare con individui immaturi ancora privi di una coscienza di sé, e quindi fragili. Per un ragazzo di quindici anni un voto negativo, un giudizio inclemente di un professore, la mancata comprensione di un determinato tema, possono rappresentare vere e proprie disfatte sul piano personale, svalutando a dismisura la propria autostima. Come ci ricorda Umberto Galimberti, l’adolescenza è quel momento in cui la costruzione dell’identità si gioca “nel divario tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire a essere ciò che si sogna”. In questa delicata fase l’adolescente deve quindi essere seguito, accompagnato e formato da persone che abbiano i mezzi e gli strumenti per farlo. Come può un adolescente che si ritiene non all’altezza delle sue aspirazioni  essere motivato allo studio? Se si crede di essere stupidi, allora non ha nemmeno senso studiare, la strada è preclusa già in partenza. Ciò che fonda il sapere è l’interesse, ma l’interesse scaturisce laddove l’individuo si sente all’altezza di poter comprendere ciò che ricerca, ecco perché è totalmente erroneo pensare di poter educare attraverso l’istruzione. L’istruzione trova le sue basi nell’educazione e non viceversa. Se non si capisce questo, il sapere, dalla filosofia alla matematica, dalla fisica alla letteratura, apparirà allo studente se come un’accozzaglia di concetti inutili, imposti a scopo punitivo come monito alla propria inadeguatezza.

Educare deriva dal latino “ex-ducere” ovvero “trarre fuori”, “ portare alla luce” qualcosa che è ancora celato, ma in questa parola non si deve scorgere un gesto violento, uno strappar fuori, piuttosto un lasciare che emerga. Per questa ragione  una corretta traduzione del termine e-ducere è, per l’appunto, condurre; nel termine e-ducere appare quella dimensione dell’accompagnamento, che attende senza forzare, sino al momento in cui l’individuo non trova in se stesso la forza per reggersi sulle proprie gambe.

Per educare dunque bisogna rivolgersi a individui, con la consapevolezza che ogni soggettività, come dice la parola stessa, è unica e per questo va coltivata attraverso il dialogo e l’ascolto. Tale prospettiva trova difficile applicazione nell’ordinamento scolastico vigente, basato, al contrario, sull’oggettivizzazione dei soggetti. Ciò è reso possibile dal fatto che l’unico metro di giudizio attraverso il quale noi valutiamo gli studenti è di natura quantitativa ed è istituito dunque solo a partire dalla loro efficienza: sono in grado di passare la prova o no; se sì, in quanto tempo ecc. In un simile panorama, che giudica in base al profitto – termine che la scuola, non a caso, trae in prestito all’economia – voti e medie diventano l’identikit dello studente, che al di fuori di essi non può esprimersi. Creatività, fantasia, spirito critico, emozioni, piaceri, dolori, tutto questo dunque non conta semplicemente in quanto non calcolabile. Cosa può rimanere, se la soggettività cede il passo all’oggettivazione degli individui? I ragazzi dovrebbero essere formati all’interesse, all’amore per la conoscenza,  a qualcosa che, al di fuori delle mura asfittiche della scuola, possa resistere: un habitus o per meglio dire, come lo chiama Aristotele stesso nell’Etica Nicomachea, una hexis, ovvero una disposizione, dal momento che non esiste conoscenza senza amore, esattamente come non esiste civilizzazione senza sentimenti. Perché solo attraverso l’educazione si può pensare di istruire e quindi di diffondere conoscenza. Fuori da questi confini non si ha che barbarie e miseria, proiezioni e ombre più simili a macchine che a esseri umani, i cui ritratti, fatti di dati e numeri,  riecheggiano le medie aritmetiche tanto temute al liceo. Insomma, non possiamo che concordare con Mazzini quando diceva che: “L’educazione è il pane dell’anima”.

Fonti:

Aristotele, (2017). Etica Nicomachea, Editori Laterza

S.Freud, Contributi a una discussione sul suicidio (1910), pp.301 – 302

Galimberti, U. (2010). L’ospite inquietante (Vol. 1). Feltrinelli Editore.

Immagine di copertina: La strage degli innocenti di Domenico il Ghirlandaio (1485-4190).

[Immagine tratta da google immagini]

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