Grammatica o demagogia: pensare bene per agire meglio.

In un post datato 29 giugno 2018 abbiamo iniziato a ragionare brevemente sull’importanza di scrivere bene per pensare e agire meglio. In questo secondo articolo vorremmo approfondire uno degli aspetti della questione che ci pare più urgente approfondire e per farlo avanzeremo la seguente tesi: essere padroni di una grammatica consente di sconfiggere la demagogia.

    Quotidianamente siamo raggiunti da un flusso costante di discorsi, alcuni dei quali hanno un peso specifico, perché sono costituiti da enunciati di carattere pubblico: vengono pronunciati da persone che ricoprono ruoli di governo, da figure politiche o partecipanti a vario titolo al dibattito pubblico (culturale, scientifico etc.). Di più: si tratta di discorsi pubblici perché si pronunciano a proposito di temi che interessano la vita delle comunità e, dunque, delle persone che sono il corpo e lo spirito di queste. Sono discorsi a cui saremmo chiamati a partecipare attivamente, in cui siamo coinvolti non solo in veste di ricettori.

    In primo luogo, quando veniamo raggiunti da tali discorsi, dobbiamo elaborarne i contenuti e processare le informazioni veicolate. I discorsi pubblici hanno una caratteristica particolare che rende la fase di elaborazione più complessa del solito: tendono ad orientare all’intesa l’azione dei destinatari. Quest’idea è stata formulata in maniera efficace dal filosofo Jurgen Habermas e può essere tradotta (con un certo grado di semplificazione) così: ci sono discorsi che intendono guidare l’azione delle persone da essi raggiunte, affinché queste agiscano verso un fine comune (o, plausibilmente, il più comune possibile).

    Questo significa che i discorsi hanno una certa forza, classicamente misurata con la capacità di persuadere (è un tema che attraversa tutta la storia del miglior pensiero occidentale). Se si tratta di discorsi pubblici, che coinvolgono dunque l’azione e gli interessi di una molteplicità di agenti, avere a che fare con questa capacità di persuadere è una questione di radicale importanza.

    Se una buona parte dei discorsi pubblici da cui siamo raggiunti quotidianamente può essere a buon diritto rubricata sotto la categoria della demagogia, è estremamente necessario capire in che modo è possibile processare queste informazioni e, in fondo, capire in che senso tali discorsi intendono orientare le nostre azioni.

    Siamo quanto di più lontano possa esserci da posizioni complottiste: la persuasione è un tratto naturale di ogni discorso, senza il quale è plausibile pensare che non avremmo mai sviluppato un linguaggio.

    Riceviamo un input discorsivo e rispondiamo ad esso, più o meno consapevolmente, già dal momento in cui costruiamo la nostra opinione rispetto a un certo tema. Agiamo concretamente diffondendo la nostra opinione, argomentando (nella migliore delle ipotesi) a suo favore e comportandoci di conseguenza.

    Un’insufficienza grammaticale rende impossibile calibrare tale reazione in modo che essa sia libera e arricchisca il discorso pubblico (politico, sociale, economico e culturale) nel suo complesso. Scrivere bene implica una certa praticità con la grammatica e con le parole che essa custodisce, dunque la capacità di leggere (in varie forme) meglio le informazioni che riceviamo. Essere padroni di una grammatica permette di decostruire il discorso pubblico e individuarne i tratti autentici e quelli d’intonazione spiccatamente demagogica, che confondono gli eventi e i fenomi a cui si riferiscono, ricorrendo a una narrazione spesso esagerata della realtà (in positivo e in negativo) per suscitare reazioni ingenue, governabili: le cosiddette reazioni “di pancia”.

    Quando si parla di immigrazione, crisi economica, Europa, mercato del lavoro, tasse, diritti civili (solo per fare una manciata d’esempi estremamente attuali), essere in grado di definire il contesto in cui le parole assumono il loro senso proprio significa rendersi conto di quando esse vengono utilizzate senza senso: rendersi conto, dunque, di quando si utilizzano determinate parole e formule per suscitare reazioni che, qualora si avesse un quadro chiaro dello stato di cose, sarebbero totalmente ingiustificate.

    Anche in questo caso, parlare e scrivere meglio, significa agire meglio. Il diritto di parola assume, in un tempo in cui sembra che nessuno sia costretto a tacere, un senso specifico, per cui è urgente lottare: avere il diritto di dotarsi degli strumenti di analisi e formulazione del linguaggio che sia all’altezza della postura che l’essere umano adotta nel mondo, la propria libertà.

Immagine di copertina tratta da Google Immagini.

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