Oltre la divisione del lavoro e della formazione, verso un’educazione unitaria

Orientamento è un termine che sentiamo sempre più spesso negli ultimi anni di frequentazione delle scuole secondarie di secondo grado fino all’ultimo momento di formazione e specializzazione nel contesto universitario. Orientarsi, dunque comprendere la propria reale posizione nello spazio-tempo per poi saper imboccare la retta via.

Da cosa è dato l’orientamento soggettivo di ognuno di noi? Ponendomi tale interrogativo ho pensato al percorso e alla costruzione della vita sociale all’interno del contesto scolastico. Fin dai primi giorni sui banchi di scuola quel che gli stessi bambini possono osservare è il delinearsi di ruoli, di valutazioni e giudizi affibbiati ad ogni membro del sistema della classe. Ogni scolaro impara a conoscere il carattere e la fama dei propri compagni di cui poi il suo stesso parere sarà più o meno permeato. Dai discorsi genitoriali fino ai confronti competitivi in aula si costruiscono confini e limiti, muri che delineano le soggettività e mostrano le identità in formazione degli studenti.

Da questo primo dato in cui si vedono i primi tasselli per la costruzione del sé si può notare la successiva evoluzione in un’ulteriore orientamento specialistico, in un sempre progressivo restringimento del cono. Una volta innescato il meccanismo ogni ingranaggio compie il suo movimento necessario ma non sufficiente. La funzionalità educativa, a questo punto, vede già il suo essere in funzione del suo successivo trapianto sociale pensando alla sociologia di Durkheim (1961).

Dunque il percorso di specializzazione a questo punto è consolidato e volto da una parte alla realizzazione del singolo, dall’altra alla funzionalità sociale. Le vie che si sciorinano davanti ai bambini dell’aula di cui abbiamo parlato all’inizio ora sono più che mai differenti quanto complementari. Il lavoro intellettuale e manuale sono nettamente separati guardando alla rigida logica duale tra la carriera accademica e di proseguimento degli studi in rapporto ad un’altra forte di un più veloce ingresso nel mercato del lavoro.

Da tale risoluzione si apre ad una polarizzazione tra teoria e prassi, tra lavoro intellettuale e manuale che è sintomo di una deprivazione di entrambe le componenti (Manacorda, 1977). A livello di apprendimento psicologico è altrettanto chiaro il deficit che sopraggiunge in un sistema che non riesce a formare in direzione di un esercizio pratico quanto emotivo (ivi), che non si fa portavoce di un carattere unitario ma settoriale, fortemente diseguale nel suo fatalismo.

Dalla diseguaglianza dei primi giudizi scolastici e dello stabilirsi dei ruoli, dei copioni eteronomamente dati, le identità e le azioni tanto quanto le possibilità dei singoli individui in formazione sono esposte al rischio di una dinamica polarizzata. Tale pericolo è segnalato da una topografia sociale influenzata da dinamiche educative diseguali, squilibrate nell’incentivazione di una divisione del lavoro che formerà inevitabilmente dirigenti e diretti, come già previsto da Gramsci (1975). A tal proposito si dovrebbe ripensare la formazione secondo il carattere di una scuola unitaria e democratica, che sappia abbattere la divisione del lavoro attraverso una pedagogia etico-politica che annunci che «una scuola autenticamente democratica forma tutti i cittadini come potenziali dirigenti» (Baldacci, 2018).

 

Fonti:

M. Baldacci, Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Carocci Editore, Roma 2018.

E. Durkheim, Pedagogia e sociologia, Canova, Treviso 1961.

A. Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975 (st. 1929 -35).

M. A. Manacorda, Momenti di storia della pedagogia, Loescher Editore, Torino 1977.

[Immagine tratta da google immagini]

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