Incapaci di scegliere

L’indagine AlmaDiploma 2017 rivela un dato allarmante: il 46% dei diplomati dichiara di aver sbagliato scuola o indirizzo. Quasi uno su due. Tra questi, il 26% dichiara di aver sbagliato entrambi. Uno su quattro. È questo il quadro allarmante che dimostra come gli italiani non sappiano scegliere il corso di studi. E la situazione potrebbe essere anche più drammatica tra i laureati, dove la maturità è diversa e la posta in gioco più alta: il 32% afferma che non compierebbe la stessa scelta di ateneo o corso di laurea (AlmaLaurea 2017). Uno su tre.

Certo, sciegliere la scuola superiore – e quindi un percorso lungo cinque anni, anni per di più chiave per la crescita personale – non è cosa facile, specialmente a tredici anni. Ci si trova, all’inizio dell’adolescenza, ad imboccare la strada che ci accompagnerà fino all’età adulta, senza avere naturalmente la maturità per poter considerare tutte le variabili in gioco. Ci si affida ai genitori, e forse non è un bene: il 77% dei figli con almeno un genitore laureato si iscrive al liceo, dove questi rappresentano il 59% degli studenti al classico e il 43% allo scientifico. Ai tecnici, il 14%; ai professionali, l’11%. Saran tutti degli studiosi questi figli di laureati… Ci si affida agli amici e alle loro scelte, come è naturale che sia a quell’età, con tutti i rischi che questo comporta. Ci si affida al giudizio dei professori delle scuole medie, e così le proprie prestazioni dai dieci ai tredici anni vanno in parte a determinare il proprio titolo di maturità. Sempre AlmaDiploma afferma che esiste una “nota correlazione tra il contesto sociale di provenienza e la scelta della scuola superiore”. Il sistema non funziona, e i dati riportati sopra lo dimostrano.

Tuttavia, ciò che pare più preoccupante, come anticipato, è la situazione all’università: uno studente su tre ha sbagliato scelta. Si dovrebbe analizzare poi la relazione tra questo dato e le percentuali molto alte di laureati che reputano i propri studi per nulla o poco utili alla professione svolta – analisi che richiede lo spazio di un articolo ulteriore. Un altro dato merita invece di essere citato: il 73% dei diplomati si iscrive all’università nella stessa provincia o in una limitrofa a quella dove hanno conseguito il diploma. La scelta più ovvia, vien da dire.

Quello che manca, all’interno del nostro sistema di orientamento, è in primo luogo la capacità critica di cercare ed analizzare dati – di impiego, di qualità dell’insegnamento, di soddisfazione degli studenti. Quanti studenti cercano ed analizzano i dati di AlmaLaurea, o la classifica Censis, prima di scegliere l’università? Quanti sono anche solo al corrente della loro esistenza? È compito delle scuole superiori introdurre questi strumenti ai ragazzi. Eppure non mi stupirebbe sapere che pochi anche tra i professori ne siano al corrente. E poi si sa: le verifiche, la maturità…

In secondo luogo, mancano piattaforme di discussione aperta ed informata tra pari, dove senza la mediazione di professori e genitori gli studenti possano scambiarsi esperienze ed opinioni: portali web, blog e forum, tanto presenti quanto utili nel panorama anglosassone. Questo stesso blog tenta, nel suo piccolo, di iniziare a colmare questa mancanza. È fondamentale che in Italia la scelta della scuola e dell’università assuma un peso diverso per poter invertire la rotta, per avere un sistema meno classista e meno provinciale, in cui non ci si ritrovi (in un caso su due) a fine corsa a dover dire: ho sbagliato. Perchè quello sbaglio si può e si deve evitare.

 

Per approfondire:

Rapporto AlmaLaurea 2017

AlmaLaurea – Condizione Laureati 2017 e Profilo Laureati 2017

Indagine AlmaDiploma 2017

Repubblica: http://www.repubblica.it/scuola/2018/02/14/news/un_diplomato_su_due_ammette_ho_sbagliato_scuola_-188831595/

Immagine di copertina: “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich (1818).

3 Comments

  1. Molto interessante.
    In generale, penso che cambiare indirizzo o scuola, soprattutto alle superiori, non sia necessariamente un male: può capitare che uno studente, pur essendosi magari informato sui programmi e i contenuti, si accorga strada facendo che quell’indirizzo non faceva per lui. Stavo guardando la statistica di quanti passano a un altro corso di laurea negli USA (https://www.studentresearchfoundation.org/blog/statistics-about-changing-college-majors/), e anche lì a quanto pare i “tassi di cambio” stanno sul 1/3, con percentuali più alte per matematica e scienze naturali o più basse per la sanità e l’informatica. Sicuramente però cambiare indirizzo o facoltà rappresenta un disagio: si può fare se necessario, specie se l’alternativa è rimanere infelici e frustrati in un percorso di studi che non piace… ma va da sé che, se si riuscisse a fare la scelta giusta al primo tentativo, sarebbe meglio.
    Gli strumenti a disposizione durante i passaggi da un livello all’altro (medie-superiori e superiori-università) andrebbero sicuramente rivisti e migliorati. Personalmente ho fatto largo uso di quelli citati (classifiche Almalaurea e Censis, la “Grande Guida Università” di Repubblica, Universitaly, ecc.). Tuttavia, sento che mi è mancato avere un servizio equivalente a “The Student Room” in Inghilterra, ovvero un forum raggruppato per atenei in cui i futuri studenti possano fare domande e ricevere risposte da chi è già dentro – incluse testimonianze ed esperienze dirette che nessun Open Day o segreteria studenti potrà mai veramente dare.

    1. Verissimo. Mi permetto di aggiungere che rispetto all’esempio USA che tu riporti, la gravità della situazione italiana è accentuata dal fatto che i numeri riportati nelle indagini non si riferiscono a studenti che hanno cambiato in corso d’opera (provando quindi a rimediare ad una scelta sbagliata), bensì a quelli che oltre ad aver sbagliato scelta non hanno poi aggiustato il tiro. Infine, bisogna anche considerare che cambiare major negli stati uniti è molto più facile che cambiare laurea in Italia. In fondo, solo 60 dei 120 crediti totali (su 4 anni di Bachelor) vanno a definire il major: ciò significa che si possono “portare” da un major a qualsiasi altro 2 anni interi di esami qualsiasi, oltre magari a quelli già in comune tra i due corsi. In Italia, per vari motivi anche giustificati, è a volte faticoso farsi riconoscere anche gli esami con lo stesso nome e programma tra due atenei diversi.

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